«Ti faccio fare la fine di Giulia»: 20enne condannato a un anno e 6 mesi
Il giovane, arrestato a novembre 2023, è stato riconosciuto colpevole dal giudice Marco Tornatore
Condanna a un anno e 6 mesi. È questa la pena inflitta al 20enne accusato di atti persecutori nei confronti di una ragazza con cui ha avuto una relazione. Il verdetto è stato letto dopo circa un’ora di camera di consiglio dal giudice Marco Tornatore.
Il giovane era stato arrestato nel novembre del 2023. Tra le contestazioni, anche la minaccia «ti faccio fare la fine di quella là», con riferimento a Giulia Cecchettin.
Il 20enne, in aula, ha respinto gli addebiti.
Condanna a un anno e 6 mesi
Il giudice ha concesso le circostanze attenuanti e disposto la sospensione condizionale della pena, subordinata al risarcimento della persona offesa. Disposta anche una provvisionale da 15 mila euro.
Revocata, invece, la misura cautelare del braccialetto elettronico.
Le motivazioni sono attese entro 50 giorni.
Il pubblico ministero Luca Ceccanti aveva chiesto una pena di un anno e 10 mesi.«L’unica prova in questo processo è quella orale e le dichiarazioni della parte offesa sono da tenere in primaria considerazione – ha detto il magistrato nella requisitoria -. Sono dichiarazioni faticose, stiamo parlando di una vicenda traumatica, che ha colpito una ragazza minorenne. Quelle dichiarazioni rese in incidente probatorio sono credibili. Sarebbero state meno credibili se fossero state più “fredde”. Gli elementi di conferma a quelle dichiarazioni sono numerosi».
La storia
Il pm ha poi ripercorso la relazione tra i due (la ragazza, all’epoca dei fatti, era minorenne). «C’è una prima conoscenza e sin da subito si manifesta una tendenza al possesso e al limitare la libertà della ragazza. Iniziano gli insulti, si manifesta indole possessiva e violenta – ha detto ancora -. Gli insulti telefonici sono numerosi e sono quasi quotidiani. Nel momento in cui i segni di disagio diventano impossibili da trascurare anche in casa, diventa acuto e c’è quella frase. O pensiamo che si sia inventata tutto o immaginiamo che abbia esagerato. Altrimenti quello che è raccontato è effettivamente successo. In questo contesto maltrattante ci sono gli appostamenti».
Dai tabulati telefonici non emerge che il 20enne fosse alla fermata dell’autobus nel paese (in alta Valle), il giorno in cui avrebbe pronunciato la minaccia.
«Si è insistito sulla valenza dei tabulati telefonici, ma quello che emerge a livello processuale è nulla, non emerge nulla che smentisca – ha affermato Ceccanti -. Quel cellulare lì non ha agganciato la cella di Aosta il 21 novembre, ma non vuol dire nulla».
La vicenda
Quindi gli altri aspetti portati all’attenzione dal magistrato. «Molto ci dicono le testimonianze delle amiche e degli insegnanti della ragazza. Si parla di una ragazza prostrata, sconvolta, che aveva frequenti crisi di pianto. Lei racconta quello che sta succedendo, messaggi e minacce. Un controllo continuo e ossessivo del ragazzo, che le impedisce di muoversi e frequentare persone – ha evidenziato il pubblico ministero -. La preoccupazione non è generica, ma motivata dalla preoccupazione e dal disagio. Questi processi non fanno piacere a nessuno, ma i fatti non possono essere messi in discussione».
La parte civile
La parte civile ha chiesto una provvisionale non inferiore a 15 mila euro. «Il processo restituisce un quadro di violenza fisica e verbale – ha ricordato l’avvocato Dayana Bona -. La ragazza in incidente probatorio non è andata mai in contrasto con la denuncia. Lei era già esposta a un dolore emotovo ed era facile preda. È irrilevante che nel periodo di persecuzione abbia avuto momenti di normalità e riappacificazione. La mia assistita aveva paura che il ragazzo potesse andare davanti a scuola».
L’arringa
Particolarmente articolata è stata l’arringa dell’avvocato Roberto Brizio, difensore del 20enne imputato.«Si parla di pedinamenti dove abita la persona offesa e la scuola. C’è un fatto ignobile, una minaccia di morte. C’è controllo degli account e eterodirezione – ha specificato -. Bisogna però verificare laicamente quello che viene descritto. La persona offesa parla di spintoni, pizzicotti, pugnetti sulle gambe. Mi sembra innegabile che dati oggettivi dicono che abbiamo due protagonisti che patiscono un certo isolamento. Sono sorprendentemente connessi, hanno una relazione con i social che non so quanto sia così comune».
I tabulati telefonici
Diversa l’interpretazione del legale sul dato emerso dai tabulati, secondo cui il cellulare dell’imputato era agganciato a una cella in bassa Valle, la mattina della frase «ti faccio fare la fine di quella là». Siamo al 21 novembre 2023.
«La minaccia sarebbe arrivata alla fermata dell’autobus per andare a scuola – ha precisato -. Vogliamo pensare che l’imputato fosse andato senza portarsi dietro il telefono? Un dato impensabile per noi, figuriamoci per un ragazzo sempre connesso. C’è un dato, mai nessuno dei testimoni vede l’imputato, anche negli appostamenti. Tutti vedono il disagio e la paura della persona offesa, ma non l’imputato. Il punto è capire se il disagio sia stato causato dall’imputato».
E ancora. «Lui riconosce di aver avuto comportamenti da bulletto, ma dice di averla vista una volta sola. Lui dice subito di non essere stato dove abita. Noi abbiamo chiesto da subito approfondimenti – ha proseguito Brizio -. I dati dei tabulati e dei pagamenti dicono che quella mattina non poteva essere sotto casa della ragazza. Si sono visti una volta sola, come fa a dire che la picchiava? Quando mai sono avvenuti questi contatti? Le chat prodotte in denuncia sono estrapolazioni di conversazioni. In quel modo si vede solo quello che tu vuoi fare vedere. Tutti gli elementi qualificanti della condotta e degli effetti sono clamorosamente disattesi quando si entra nel dettaglio».
(t.p.)